L’altura su cui sorge l’attuale paese di Crecchio, fu probabilmente difeso già in epoca antica da un
fortilizio che potrebbe considerarsi il primo "castellum"; tuttavia non essendo state fino
ad oggi effettuate indagini archeologiche possiamo solo supporre la presenza di fortificazioni bizantine
riferibili all’oppidum di epoca tardo antica.
Le più antiche tracce ancora leggibili risalgono all’XI – XII sec.; dall’attenta analisi della struttura
scopriamo che il castello angioino del XIV sec. è stato ricostruito sul basamento del castello normanno-svevo.
Quest’ultimo, a pianta quadrangolare, aveva quattro torri alle estremità del perimetro aperte verso l’interno,
mura più basse con camminamento merlato superiore e cisterna per la raccolta delle acque piovane.
Si conserva ivece in tutta la sua imponenza, la torre dell’ulivo, costruita intorno agli inizi del XII sec.
Faceva parte di un complesso sistema difensivo e di avvistamento che andava dal mare, con Torre Mucchia, alla
montagna con l’ormai scomparso castello di S. Angelo in Trifinio, oggi in contrada Melone di Guardiagrele.
Queste torri segnalavano l’arrivo di pirati Ungari e Saraceni, attraverso segnali di fumo o luminosi, dando il tempo
ai paesi di apprestare le necessarie difese.
La torre dell’ulivo è strutturata su quattro livelli: il piano terra era inaccessibile dall’esterno e vi si
accedeva attraverso una botola dal primo piano; vi si conservavano i viveri e quant’altro potesse occorrere ai suoi occupanti.
Il primo piano era accessibile attraverso una scala a levatura che veniva ritirata all’interno. In questo livello
doveva svolgersi la vita diurna, alla cui difesa era posto un portellone levatoio. Dai locali del primo piano, con
una scala a chiocciola in pietra, si accedeva alla stanza superiore dove risiedeva in caso di pericolo la famiglia
del castellano.
La scala fu concepita in modo da essere una forma di difesa passiva, infatti girando in senso orario agevola i
difensori della torre a discapito degli assedianti che eraco costretti a combattere maneggiando le armi con la
mano sinistra e scoprendo cosi i punti vitali.
Una seconda cortina di mura, di cui oggi resta solo la parte inferiore che funge da muro di contenimento, alta più
di quindici metri, proteggeva il castello dagli attacchi esterni. Dalla parte interna del borgo un fossato,
superabile con un ponte levatoio, proteggeva il castellano da eventuali sommosse della popolazione.
Il castello che viene ricostruito dagli angioni, pur sfruttando le fondamenta antiche, ha una maggiore imponenza,
le torri angolari sono chiuse, gli ambienti al piano sono soppalcati con robusti solai in legno ed hanno volte a
botte realizzate in travertino di Roccamontepiano.
Nel 1406, dopo essere appartenuto agli Orsini, l’intero feudo vine devoluto alla comunità di Lanciano.
Nel 1456 e nel 1506 movimenti tellurici di particolare intensità arrecano ingenti danni alle città di Ortona e Lanciano,
interessando anche l’abitato di Crecchio.
Fra il XIV ed il XVII secolo gli ambienti interni del castello si ampliano e si arricchiscono di un loggiato al primo piano,
come descritto da Scipione Paterno -“tabulario napolitano” - nel 1633.
Nella pianta di Crecchio redatta nel 1768 dagli agrimensori Stefano Teramo e Pietro Antonio Granata, il castello
ci appare come un austero fortilizio merlato, caratteristica che perderà nel 1789, quando il Barone Camillo
De Riseis lo trasformerà in una residenza estiva, realizzando l’ala occidentale, il secondo piano per la servitù e
coprendo le torri, che diventano parte integrante degli ambienti interni.
Dopo il matrimonio del barone De Riseis con la duchessa di Bovino, il castello divenne luogo di svago e di villegiatura,
entrando a pieno titolo nelle mete dei grand tour estivi dei personaggi e della nobiltà europea. Il castello si arricchi
di uno splendido parco, adorno di statue, vasche d’acqua e persino di una coffee house, come imponeva la moda del tempo
e si dotò anche di un ingresso carrabile privato che attraversava il parco conducendo gli ospiti fino al portone.
L’interno sontuosamente riarredato, sapeva dare ristoro agli illustri ospiti; i duchi furono anche mecenati e committenti
di famosi artisti dell’epoca come Palizzi, Postiglione e D’Antino.
Fra i più blasonati non si può fare a meno di ricordare: Letizia Bonaparte, Gabriele D’Annunzio, il Principe Umberto II di
Savoia e la consorte Maria Josè.
Il 9 settembre 1943, il castello ospitò sua maestà Vittorio Emanuele III, la Regina Elena, il Principe Umberto II,
il Generale Badoglio e tutto lo Stato Maggiore, mentre da Roma fuggivano verso Brindisi; in quella circostanza la duchessa
De Riseis fece l’ultimo tentativo di convincere il Principe Umberto a tornare a Roma.
Il 26 ottobre 1943, i De Riseis vengono cacciati dal castello, che per rappresaglia il 31 dicembre viene saccheggiato. Durante
l’inverno l’attestarsi della linea Gustav sulle nostre colline lo trasformò in uno strategico caposaldo tedesco, e fu per
questo gravemente danneggiato dall’offensiva alleata.
Restaurato a partire dal 1976 ad opera della Soprintendenza ai Beni Culturali, nel 1995 il castello diventa la sede del
Museo dell'Abruzzo Bizantino ed Altomedioevale. Nelle sue sale ospita reperti altomedievali, fra cui quelli rinvenuti
durante gli scavi della Villa Romano-Bizantina di Vassarella e pregevoli oggetti etruschi della collezione Fraracci.